Eventi culturali & Co.

Emilio Varela: uomo silenzioso e pittore felice

Durante gli anni in cui ho lavorato alla Fondazione Maimeri di Milano mi sono avvicinata alla figura del pittore Gianni Maimeri, imparando ad amare, insieme alla sua, anche l’opera di altri artisti della prima metà del Novecento  per lo più dimenticati dai manuali di storia dell’arte. Ad Alicante ho trovato in Emilio Varela un pittore “vicino” a Maimeri, non solo per le curiose coincidenze anagrafiche (nato nel 1884 il primo e nel 1887 il secondo, entrambi morti nel 1951). Di differente estrazione sociale e culturale, Maimeri fu di certo maggiormente legato alla tradizione figurativa di tardo Ottocento, mentre Varela mostrò una maggiore apertura ad alcune delle novità proposte dalle contemporanee Avanguardie; tuttavia, entrambi svilupparono l’idea di un’arte come rappresentazione della realtà filtrata, però, attraverso il sentimento e il colore. Entrambi dipinsero moltissimo, muovendosi in un’ampia varietà di soggetti ma privilegiando la rappresentazione dei paesaggi cari: gli scenari della Lombardia e dei ditorni milanesi l’uno, gli scorci luminosi di Alicante e della sua provincia l’altro. Entrambi, infine, trascurati dalla critica predominante, sono stati solo recentemente riscoperti e rivalutati.

Autorretrato (fonte: maestrosdelretrato.blogspot.com)
Calles y azoteas del barrio de Santa Cruz (fonte: mubag.com)

Alicante non era Milano; tuttavia, nella storia di ogni luogo ci sono periodi fortunati, che vedono fiorire personalità straordinarie. Per Alicante si tratta degli anni Ottanta dell’Ottocento, con la nascita dello scrittore Gabriel Miró, del compositore Oscar Esplá, dell’economista Germán Bernácer, dell’architetto Juan Vidal e del pittore Emilio Varela. Una generazione capace di emergere intellettualmente nei decenni successivi in un contesto allora in pieno sviluppo urbanistico, economico e culturale, seppure in una forma limitata alla dimensione provinciale. Un gruppo di “geni”, come Miró li definisce affettuosamente:

“Alicante non è solo un paese di riposo eterno e delizioso, morbido, biondo e scaldato dal buon sole; è anche nido e dimora di geni… Siamo noi, un gruppo di amici che amano l’odore della legna bruciata e del terreno umido, i cani di campagna, le nebbie dei prati e delle cime, e il volo dei gabbiani, e molte bambinate. E scherzando e ridendo di noi stessi, e spesso per sdrammatizzare un intimo sconforto, ci chiamiamo geni”.

Avvicinatosi alla pittura fin dai primi anni di studi nel Colegio “La Educación” di Alicante, a soli dodici anni Emilio Varela entrò a far parte dell’accademia di Lorenzo Casanova, pittore alcoyano maestro di un’intera generazione di artisti alicantini. Nel 1905 ebbe la fortuna di entrare nello studio  di uno dei principali artisti dell’epoca, Joaquín Sorolla, divenendone l’allievo preferito. I grandi stimoli offerti dalla capitale spagnola, dove Varela poté avvicinarsi alla pittura impressionista e ampliare i propri orizzonti, furono tuttavia di breve durata, perchè dopo soli tre anni le ristrettezze economiche in cui versava la sua famiglia e la mancanza di aiuti da parte delle istituzioni lo constrinsero a fare ritorno ad Alicante. Varela non ebbe quindi la possibilità di viaggiare e vivere i più innovativi centri culturali dell’epoca, ma si vide ancora costretto e limitato nella, seppur amatissima, città natia. Qui riuscì comunque a portare avanti il proprio percorso artistico, stimolato anche al profondo legame d’amicizia instaurato con i suoi illustri concittadini.

Attraverso le loro parole e i loro ricordi, conosciamo un artista silenzioso e profondo, di grande sensibilità, che dipingeva isolandosi, en plein air, attraversando le vie della città o perdendosi negli spazi della Valle de Guadalest, trovando nella pittura il mezzo – forse unico – di espressione del proprio mondo interiore, della felicità suscitata in lui anche dai più minuti dettagli della natura. Un pittore delle emozioni, Varela, fondate sulla luce, come per il suo maestro Sorolla, ma soprattutto sull’uso di colori primari forti, con un trattamento prossimo al fauvismo. Così il castello di Santa Barbara si staglia su un cielo azzurro intensissimo, mentre gli alberi delle campagne circostanti divengono macchie di colore, intime e interiori ma nello stesso tempo universali ed eterne. Sono paesaggi in cui il tempo sembra essersi fermato, quieti e solitari, animati raramente da piccole figure puramente aneddotiche.

Santa Cruz y el Benacantill (fonte: pintorescatalanes.blogspot.com)
Bèrnia desde el Trestellador (fonte: mubag.com).

Di Varela sono state catalogate più di 1200 opere. Alcune sono esposte permanentemente in alcune sale del MUBAG (Museo Bellas Artes Gravina) di Alicante, che al pittore ha dedicato una mostra monografica nei mesi scorsi, Emilio Varela. El laberinto luminoso.

 

Bibliografia:

José Bauzá, Varela y su entorno. Notas para una biografía, Alicante 1979, riedita in Emilio Varela, Alicante 1990.

Emilio Varela. Pintor Universal, Alicante 2010, catalogo della mostra.

Emilio Varela en la Colleción de Diputación de Alicante, Alicante 2011.

 

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