Fuori Tema d'Arte

“V’era una storia di Langhe e pittori”: Bossolasco e i suoi artisti tra gli anni Cinquanta e Settanta del Novecento

«V’era una storia di Langhe e pittori, tutta da raccontare sullo sfondo d’un territorio nel quale mentre l’agricoltura stessa faceva posto all’industria, quel che colpiva era soprattutto la sua unica, stupefacente, bellezza: in un tutto davvero godibile tra natura e cultura, e tanto più attraverso un’interpretazione artistica che ha continuato a modularsi per intere generazioni»[1].

Così scriveva Angelo Dragone nel catalogo della mostra Le Langhe e i loro pittori, organizzata ad Alba dalla Fondazione Ferrero nel 1998. L’esposizione era stata l’occasione per ripercorrere le opere di quegli artisti che, soprattutto tra gli anni Cinquanta e Settanta del secolo scorso, avevano permesso che «il nome delle Langhe e di Bossolasco, come di Alba e di Murazzano, [andasse] in giro per il mondo intero»[2].

Bossolasco, appunto. Questo piccolo paese di poche centinaia di abitanti, che sorge a quasi ottocento metri sul livello del mare tra le valli dei fiumi Belbo e Tanaro, in una zona remota dell’Alta Langa, rappresentava in quegli anni un punto di incontro, crocevia di pittori, letterati e intellettuali, che qui trovavano un centro ideale di villeggiatura, ma anche uno stimolo artistico, un luogo di confronto e di scambio[3].

Per alcuni di loro il “paese delle rose” non era soltanto occasionale luogo d’elezione, ma anche simbolo di un legame affettivo con le proprie radici. È questo il caso del pittore paesaggista Camillo Filippo Cabutti, originario di Bossolasco (1863 – Torino, 1922), tanto legato alle colline dell’Alta Langa da sceglierle come soggetto privilegiato dei suoi dipinti.

Complice una fortunata combinazione di legami familiari – non a caso Paolo Levi parla della “saga Cabutti-Menzio”[4] –, altri artisti frequentarono con assiduità il paese negli anni successivi: una delle figlie di Camillo Filippo, Ottavia, sposò infatti in prime nozze Gigi Chessa (Torino 1898-1935) e poi in seconde nozze Francesco Menzio (Tempio Pausania, 1899 – Torino 1979), mentre la sorella Matilde si unì in matrimonio con Emilio Sobrero (Torino 1890 – Roma, 1964). Alla generazione successiva apparterranno poi i nipoti, Lucio Cabutti, anch’egli artista e poi critico d’arte, e i pittori Paolo Menzio e Mauro Chessa.

Bossolasco divenne quindi lo sfondo privilegiato – seppur naturalmente non unico – degli incontri di alcuni dei protagonisti delle vicende artistiche italiane del Novecento. Se Chessa e Menzio avevano fatto parte del cosiddetto gruppo dei “Sei di Torino”, Sobrero ne fu un collaboratore. Anche dopo il trasferimento a Roma nel 1932, dove gli fu assegnata la cattedra di Ornato disegnato all’Accademia di Belle Arti, continuò a frequentare il cognato e con lui Bossolasco, in cui faceva ritorno per periodi di vacanza.

Francesco Menzio, “Le Langhe (Bossolasco)”, 1940, olio su tela

Alla breve ma intensa stagione del gruppo dei “Sei di Torino”, sostenuto da Edoardo Persico e Lionello Venturi, avevano preso parte, oltre ai già citati Chessa e Menzio, Carlo Levi, Nicola Galante, Jessie Boswell ed Enrico Paulucci. Proprio quest’ultimo (Genova, 1901 – Torino, 1999) aveva scelto Bossolasco come luogo di ritiro e rifugio artistico, anche perché del paese era originaria la moglie, Teresita Maccagno, docente di scienze naturali a Torino.

Enrico Paulucci, “Paesaggio (Langhe)”, 1980-1985, olio su tela

Anche Guido Botta (Alessandria 1921), pittore legato alla tradizione pittorica piemontese (frequenta l’Accademia Albertina e lo studio di Cesare Maggi), sebbene interessato ai nuovi linguaggi delle avanguardie (partecipa a un corso di acquerello di Oscar Kokoschka, a Salisburgo), decise di stabilire il proprio studio a Bossolasco. È il 1965 e il perché di quella scelta ben s’intuisce osservando le sue opere, il cui tema privilegiato è proprio il paesaggio collinare delle Langhe, in un omaggio ai cantori di quella terra, Cesare Pavese e Beppe Fenoglio. Interessato a un contatto quotidiano con la natura dolce e nello stesso tempo severa di quelle colline, Botta trovava in questo paese un locus amoenus, lo scenario ideale «per meglio dedicarsi al paesaggio langarolo»[5].

Lo stesso può dirsi della marchesa Irene Invrea, pittrice naïf. Originaria di Diano d’Alba, dov’era nata nel 1914, e poi residente a Torino, soggiornava abitualmente a Bossolasco nella casa della nonna, frequentando così quel vivace ambiente di artisti che si radunava nel piccolo centro del paese. Fu proprio qui, infatti, che iniziò ad avvicinarsi alla pittura, dando vita, da autodidatta, a quel suo particolare “mondo fantastico” che sarà tanto celebrato anche in ambito internazionale, e proprio qui deciderà finalmente di risiedere negli ultimi anni della sua vita.

Durante l’estate, nella «cara vecchia casa di Bossolasco»[6] la raggiungeva anche il fratello, lo scultore Franco Garelli, che in genere arrivava da Albissola, dove modellava ceramiche, e che aveva ereditato dai genitori un profondo amore per quelle colline, tanto da dedicare al paese una scultura-struttura astratto-informale in ferro[7]. Più di una volta la casa aveva ospitato anche Cesare Pavese, che amava Bossolasco «con i suoi bric, i suoi boschi, la sua aria pura, le sue notti stellate»[8] e che qui tornava ancora un po’ ragazzo, come affettuosamente ricorda Irene Invrea.

«Bossolasco: paese di artisti»[9], «Bossolasco: paese di pittori»[10]: così scrive ancora la marchesa, ricordando quella casa dalla lunga scala di pietra solcata dai passi di Chessa e Menzio, la forte presenza di Paulucci, la predilezione di Botta per le Langhe, con «i forti colori dei suoi autunni, la luminosità del campi invernali innevati»[11].

Altri personaggi si affacciavano però in quegli anni nel paese, seppure in maniera più occasionale. A Bossolasco, infatti, soggiornò spesso Felice Casorati (Torino, 1883-1963), promotore insieme a Paulucci di importanti esposizioni e manifestazioni culturali. Anch’egli è impresso nel ricordo di Irene Invrea: «Anche lui amava le nostre colline e di lui colpivano specialmente gli occhi; lo sguardo mobilissimo e penetrante che tutto coglieva all’intorno: a guardarlo capivi che nulla gli sfuggiva: gesti, moto, linee tutt’intorno: la vita, che poi ci restituiva nelle sue tele»[12].

Accanto a lui Francesco Casorati (Torino 1934-2013), figlio dello stesso Felice e della pittrice Daphne Maugham, docente di serigrafia e decorazione all’Accademia Albertina; poi Luciano Bersano (Nizza Monferrato, 1906 – Sesto San Giovanni, 1966) e Francesco Tabusso (Sesto San Giovanni, 1930 – Torino 2012), allievo di Felice Casorati.

Si andava così ad allargare quel particolare “cerchio bossolaschese”[13], composto da artisti che condividevano l’amore per il paese e per le Langhe e la necessità di immergersi in quei paesaggi “senza tempo”. Tutti risentivano del particolare clima di quella terra, seppure con declinazioni differenti: dalle cromie accese di ispirazione “Fauves” di Paulucci ai silenziosi paesaggi innevati di Botta, dai colori temperati e le morbide luci di Menzio alle vedute fiabesche di Irene Invrea.

Insieme ai pittori giunsero naturalmente a Bossolasco anche noti critici, che poi dedicheranno a questi e alla zona ampie pagine, come Luigi Carluccio, Marziano Bernardi, Giancarlo Vigorelli, anch’essi parte di quel fermento artistico e culturale che animava il paese.

Ma la formazione di un “cenacolo artistico”[14] a Bossolasco si dovette anche alla presenza di alcune figure “illuminate”, appassionate di arte e capaci di cogliere con grande lungimiranza l’opportunità offerta al paese dalla presenza di artisti di fama.

Primo tra tutti, Erminio Sacco, segretario comunale, organizzatore e animatore di importanti manifestazioni culturali, ancor più significative se si considera il luogo in cui furono pensate.

Nel 1960, cogliendo il suggerimento offertogli da Paulucci, «sempre entusiasta e fervido d’idee»[15], Sacco aveva organizzato un concorso per le “Insegne d’arte” destinate ai negozi di Bossolasco. Delle ventotto insegne realizzate se ne conservano soltanto tredici, opera di Francesco Caiazzo, Mario Calandri, Romano Campagnoli, Daphne Maugham Casorati, Francesco Casorati, Mauro Chessa, Sandro Cherchi, Piero Martina, Enrico Paulucci, Eso Peluzzi, Giorgio Ramella, Francesco Tabusso e Carlo Terzolo. I dipinti sono attualmente custoditi nell’ex-chiesa dei Battuti, oggi Sala consigliare, di Bossolasco, mentre le loro riproduzioni sono state recentemente collocate nel centro storico del paese, lungo il muro che costeggia la chiesa e accompagna il visitatore alla piazza panoramica. Le numerose attività commerciali, oggi quasi del tutto scomparse, erano quindi esternamente impreziosite da opere d’arte di considerevole valore, che andavano a dispiegarsi lungo tutto il paese: così, sull’insegna della farmacia campeggiavano su fondo blu le ampolle di Daphne Maugham Casorati, mentre all’ingresso del negozio di calzature spiccava il dipinto del figlio Francesco e gli strumenti del mestiere del parrucchiere erano dispiegati come figure silenziose nell’insegna ideata da Tabusso.

Stimolato dal successo di questa iniziativa, Sacco promosse inoltre, in memoria di Pietro Ferrero, un “Premio nazionale di pittura e tecniche incisorie”, dedicato al tema “Le Langhe oggi”, che riscosse un notevole successo ma vide tuttavia due sole edizioni: la prima nel 1966-1967 e la seconda nel 1968-1969[16]. Il concorso ebbe certamente il merito di richiamare l’attenzione degli artisti sulle Langhe e, in particolare, su Bossolasco, favorendo la partecipazione di pittori e incisori non soltanto piemontesi ma, anzi, provenienti da altre regioni d’Italia, e permettendo così che la zona fosse conosciuta a livello nazionale e internazionale. Nell’invito agli artisti, l’allora direttore dei Musei Civici di Torino e membro della commissione, Luigi Mallé, suggeriva a ciascuno di soggiornare a Bossolasco affinché «s’impregnasse del dolcissimo sapor di Langa, per breve tempo ci “vivesse” immerso e magari se ne andasse con commossa, forse un po’ rattristata ma certo affettuosa nostalgia. Ed è in fondo, non il chiedere un ricambio, ma un dare di più: donare a ognuno degli artisti invitati, gli toccasse poi o no un premio, qualcosa che gli restasse nell’anima, sorgente di nuove emozioni, al di là della stretta occasione bossolaschese, una spinta a un certo genere di meditazioni, il dono di quelle sue linfe segrete, discrete anche nello splendore, calde, tenaci»[17].

Altra personalità che, accanto a Sacco, contribuì a fare di Bossolasco in quegli anni un vivace centro culturale fu proprio un albergatore-ristoratore, Demetrio Veglio, giunto in paese da Alba nel 1943 per gestire, insieme alla moglie Rina, l’Hotel Bellavista. Situato alla sommità del centro storico di Bossolasco, dinnanzi alla chiesa dedicata a San Giovanni Battista, l’albergo – con il suo ristorante e il suo anfitrione, generoso e ospitale – divenne presto noto in Piemonte e ben oltre i confini regionali, trasformandosi in un punto di riferimento anche per gli artisti residenti o di passaggio nel paese. La sera i pittori si fermavano a mangiare i piatti tipici della tradizione piemontese, giocavano a carte, chiacchieravano, come in una sorta di amichevole “salotto”. Con alcuni di questi Veglio strinse un rapporto di profonda amicizia, di cui resta testimonianza nelle opere d’arte della sua ricca collezione: con Paulucci e Irene Invrea, con Menzio, forse il prediletto, «uomo semplice, generoso, a cui piaceva giocare a poker»[18], con Botta, che «lavorava in giro, col cavalletto, e si muoveva con un fuoristrada sulle strade di costa per cercare scorci di paesaggio da raffigurare»[19].

Fu proprio all’Hotel Bellavista che Beppe Fenoglio trascorse l’ultimo autunno della sua vita, nel 1962, dopo che i medici gli avevano consigliato di ritirarsi in un luogo di altura a causa dei gravi problemi respiratori di cui soffriva. Nei ricordi di Veglio, recentemente raccolti da Andrea Dusio[20], lo scrittore usciva raramente dalla propria stanza, dove scriveva a lungo, se non per rari momenti in cui si intratteneva con Menzio e Paulucci o venivano a trovarlo gli amici di Alba. «La sera i ragazzi di Bossolasco uscivano […]. Di ritorno da quelle avventure, passavano sotto l’Hotel Bellavista e ogni volta, alle quattro, alle cinque, nella stanza sotto il tetto spiovente vedevano una luce ancora accesa. Era Fenoglio che scriveva, e non smetteva quasi mai prima del mattino»[21]. In realtà dell’albergo lo scrittore era già un habitué, frequentando Bossolasco fin da bambino, quando con la famiglia trascorreva le vacanze estive nell’Alta Langa, per ripercorrerne poi le colline da partigiano[22]. Solitario e riflessivo, Fenoglio non si fermava però mai per lunghi periodi, considerando Bossolasco perfino “troppo mondano”[23].

Tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, grazie anche alle iniziative promosse da Sacco, in paese giunsero altri artisti e letterati, come Giacomo Soffiantino, Renato Guttuso, Mario Soldati, Italo Calvino, Carlo Levi, Giuseppe Ungaretti. A quest’ultimo, in particolare, si deve il toccante testo dell’epigrafe dedicata ai partigiani caduti collocata sul Colle della Resistenza, inaugurato nel settembre 1968 su progetto di Amodei, Franco, Ponente e Santoro: Qui vivono / per sempre / gli occhi che furono chiusi alla luce / perché tutti / li avessero aperti / per sempre / alla luce.

Il richiamo e la suggestione suscitati dalle Langhe e dalle colline di Bossolasco, quella loro peculiare poesia e malinconia, non si esaurirono certamente in quegli anni, ma, anzi, hanno continuato a stimolare la sensibilità di molti artisti che qui trovano le proprie origini o che semplicemente ne hanno subito il fascino. Come scriveva la marchesa Invrea, in fondo «[…] tanta bellezza di tramonti, di albe, di notti stellate, […] chiede di essere riversata in pittura sulla tela, a comunicare letizia, serenità e speranza»[24].

 

 

[1] Angelo Dragone, Le Langhe e i loro pittori, Umberto Allemandi & C., Torino 1998, p. 9 (una versione ridotta del testo si trova anche in Le Langhe e i loro pittori. Da Cabutti a Pinot Gallizio e oltre, Electa, Milano 1998, pp. 11-12).

[2] Ibidem, p. 10.

[3] Bossolasco non rappresentava in quegli anni un caso isolato in Italia. Altre realtà di provincia condividevano infatti esperienze analoghe: ne è un esempio Broni, nell’Oltrepo Pavese, dove vissero i pittori Luigi Fraschini, Contardo Barbieri, Carlo Mezzadra, Alfredo Mantica e Ugo Rebasti. Per un approfondimento si veda Paola Bergonzi, Il cenacolo bronese. Esperienze pittoriche del Novecento, Eumeswil, Broni 2008.

[4] Paolo Levi, Fossati da New York a Bossolasco per ‘inventare’ un museo naturale, “La Repubblica.it”, 19 agosto 2008.

[5] Dragone 1998, p. 24. Si veda anche Giovanni Arpino, Aligi Sassu, Franco Piccinelli, Guido Botta. Le stanze e le stagioni, “Culture. Rivista internazionale d’arte e cultura”, 1, 2009, pp. 4-14.

[6] Langhe. Memorie, testimonianze, racconti, a c. di Ugo Roello, Einaudi, Torino 1991, p. 57 (memoria di Irene Invrea, pp. 56-61).

[7] Dragone 1998, p. 20.

[8] Roello 1991, p. 58.

[9] Ibidem, p. 59.

[10] Ibidem, p. 60.

[11] Ivi.

[12] Ivi.

[13] Dragone 1998, p. 13.

[14] Come nel citato caso di Broni, per il quale Paola Bergonzi parla di “cenacolo bronese”, si intende indicare con questo termine non un raggruppamento programmatico, ma un legame spontaneo, umano prima che artistico.

[15] Ibidem, p. 11.

[16] Ancora negli anni Ottanta a Bossolasco fu istituito il “Club della Grafica ‘Amici delle Langhe’”, presieduto da Sacco, che prevedeva l’organizzazione di esposizioni nazionali di grafica.

[17] Ibidem, p. 30.

[18] Andrea Dusio, Il secolo di Rina e Demetrio. Passioni, fatiche e successi degli storici ristoratori di Bossolasco. L’albergo ristorante Bellavista e la sua rinomata cucina di Langa, Banda Larga, Roma 2010, p. 226.

[19] Ibidem, p. 227.

[20] Ibidem, pp. 199-201.

[21] Piero Negri Scaglione, Questioni private. Vita incompiuta di Beppe Fenoglio, Giulio Einaudi Editore, Torino 2006, p. 6.

[22] Franco Vaccaneo, Beppe Fenoglio. Le opere, i giorni, i luoghi: una biografia per immagini, Gribaudo, Cavallermaggiore 1990, p. 24.

[23] Ibidem, p. 232 (ricordo di Irene Invrea).

[24] Roello 1991, p. 61.

(pubblicato in “Forme e colori. Artisti a Bossolasco 2015”, catalogo della mostra, a cura di S. Colombo e P. Travaglio, Alarifes, Alicante 2015)
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