Fuori Tema d'Arte

‘Della natura de’ rosso el quale vien chiamato cinabro’. Una piccola storia del cinabro tra antichità e Rinascimento

«Incomincia il trattato di alcuni colori e in primo luogo del cinabro, che tra tutti è maggiormente in uso». Inizia così uno dei testi di età medievale dedicati alla tecnica della miniatura, che proprio al cinabro riserva una posizione privilegiata nella scala cromatica.

In realtà la storia di questo pigmento affonda le proprie radici nell’antichità, quando già era noto e ampiamente utilizzato soprattutto il cinabro naturale, ossia il colore rosso vivo, tendente all’aranciato, ricavato dalla macinazione dell’omonimo minerale contenente solfuro di mercurio (HgS). Per ricostruire questa ‘storia’, almeno a grandi linee, vengono in nostro aiuto – oltre naturalmente alle indagini scientifiche sulle opere d’arte – i testi della trattatistica tecnica che, nel descrivere i materiali e i procedimenti di diverse tecniche artistiche, dedicano ampio spazio a pigmenti e coloranti.

Leggendo queste opere, è facile comprendere quanto sia complesso interpretare i significati e gli usi storicamente attribuiti a un colore; nel caso del cinabro la situazione è resa ancora più intricata dalle numerose oscillazioni dei termini con i quali il pigmento veniva indicato.

Nel De lapidibus Teofrasto (IV-III sec. a.C.) descrive una sabbia brillante, di colore scarlatto, dalla quale si ricavava, a seguito di molteplici lavaggi e macinazione, il kinnábari, ossia il rosso cinabro.

Nell’antichità romana il cinabro era invece indicato con il termine minium, da non confondersi con il nostro ‘minio’, rosso di piombo, che invece i Romani chiamavano in genere cerussa usta. Questo uso è attestato ad esempio nel De architectura di Vitruvio (I sec. a.C.), che descrive un pigmento ottenuto da una «zolla, una vena minerale simile a quella del ferro, ma di colore più rossiccio, cosparsa tutt’intorno di una polvere rossa», impiegato per le decorazioni parietali. Negli spazi aperti, come peristili ed esedre, Vitruvio consigliava di ricoprire le pitture con uno strato protettivo di cera punica liquefatta e olio (‘encausticatura’), in modo che il cinabro mantenesse inalterato il proprio colore e non annerisse per reazione con la calce e per l’esposizione alla luce e all’umidità.

La parola di origine greca cinnabaris era invece utilizzata per indicare un colore rosso forte, vivace, probabilmente individuabile nel sangue di drago, colorante ricavato dal prodotto resinoso di alcune piante, come il Calamus draco o la Dracaena draco. Già Plinio nella Naturalis Historia (I sec. d.C.) lamentava la confusione terminologica esistente ai suoi tempi e richiamava l’associazione, più tardi ripresa anche da Solino (III sec. d.C., Collectanea rerum memorabilium) e Isidoro di Siviglia (560-636, Etymologiae) e ancora oggi diffusa, tra il colore rosso e il sangue: il termine cinnabaris indicava infatti un colore rosso intenso, risultato del sangue versato nella lotta ancestrale tra il drago e l’elefante, cioè tra due principi primordiali ed elementari (il mostro d’acqua e il mostro di terra, il femminile e il maschile).

Siena, Biblioteca degli Intronati, ms. L.XI.41, XV sec., ff. 34v-35r

Il termine ‘cinabro’ ricompare nella letteratura tecnica di origine tardo antica – in testi come Mappae clavicula o le Compositiones – per trovare poi ampia diffusione nel Medioevo, questa volta a indicare soprattutto il cinabro prodotto artificialmente dalla combinazione di zolfo e mercurio. Nel Tractatus aliquorum colorum (Trattato di alcuni colori, XIII sec.), da cui è tratta la citazione iniziale, si legge ad esempio: «Se vuoi fare il cinabro, prendi una parte di zolfo color giallo, ottimamente macinato e polverizzato, e due parti di mercurio e mettili in un’ampolla di vetro ben sigillata con luto. Si metta dentro ai carboni accesi e si copra la bocca dell’ampolla con una tegola, affinché il fumo non esca. Poi, quando comincia a scaldarsi e a crepitare, si riduca il fuoco e, quando si vedrà un fumo rosso, si tolga dal fuoco e si rompa l’ampolla».

A determinare la grande fortuna di questo procedimento non vi fu soltanto l’interesse pratico di pittori e miniatori, che del cinabro fecero largo uso, ma anche una particolare attenzione da parte degli alchimisti. La trasformazione dello zolfo e del mercurio in cinabro costituiva infatti una delle pratiche più significative dell’alchimia storica: ci troviamo ancora una volta dinnanzi alla combinazione di un principio maschile (lo zolfo) e di uno femminile (il mercurio), che lottano in un utero primordiale (l’ampolla) per dare origine all’androgino, il cinabro appunto.

A partire dal XII secolo, soprattutto a seguito delle grandi traduzioni dei testi arabi, la produzione artificiale del cinabro andò ad arricchirsi di ulteriori significati, con la descrizione dell’amalgama di colore grigio e dei vapori azzurrini, gialli e rossi che fuoriuscivano dall’ampolla come metafora dei passaggi della materia. In uno dei più diffusi testi della letteratura medievale sulla pratica delle arti, il De coloribus et mixtionibus (Dei colori e delle mescolanze), si legge: «Se vuoi fare il cinabro, prendi un’ampolla di vetro e spalmala di fango all’esterno; quindi prendi una parte di mercurio e due di zolfo bianco o giallo, e metti l’ampolla sopra tre o quattro pietre. Accendi il fuoco […], quindi copri l’ampolla con una piccola tegola. Quando vedrai uscire dalla bocca dell’ampolla un fumo azzurro, coprila; quando vedrai uscire del fumo giallo, copri nuovamente; e quando uscirà un fumo rosso quasi cinabro, allora togli dal fuoco e avrai dell’ottimo cinabro dentro l’ampolla».

La ricetta ci offre lo spunto per un’ulteriore riflessione. Qui come in numerosi altri testi successivi al XII secolo, il cinabro artificiale è indicato come vermiculum (da cui deriverà il nostro ‘vermiglione’), termine che si riferisce invece più propriamente a un colore ricavato da alcune cocciniglie (dal latino vermis, ‘verme’): così come era accaduto in antico tra il cinabro e il sangue di drago, il nostro pigmento è nuovamente assimilato a un rosso brillante derivato da una sostanza colorante.

Ad ogni modo, la preparazione artificiale del cinabro era ormai tanto diffusa e di pratica comune che Cennino Cennini nel suo Libro dell’arte (XIV-XV sec.), parlando ‘della natura de’ rosso el quale vien chiamato cinabro’, la dà per scontata: «se tti vorrai affatichare» – scrive infatti al lettore – «ne troverrai assai riciette». Il pittore riconosce però la preziosità di questo pigmento che, al pari dell’ancor più caro azzurro oltremare, era soggetto a contraffazioni con l’aggiunta di minio o di ocra rossa.

Al di là delle problematiche di tipo terminologico, il cinabro – naturale e artificiale – ha avuto una notevole fortuna dall’antichità ai giorni nostri ed è stato impiegato in tutte le tecniche pittoriche per le sue caratteristiche di coprenza, brillantezza e buona resistenza.

Nella quasi totalità dei trattati tecnici per la decorazione libraria fa la sua comparsa tra i rossi destinati a impreziosire le pagine dei manoscritti, dove è spesso impiegato per evidenziare capilettera e titoli o per eseguire incarnati, con l’accortezza di aggiungervi della mirra per allontanare le mosche o del cerume delle orecchie per eliminare la schiuma della chiara d’uovo utilizzata per stemperarlo.

Le analisi chimico-fisiche hanno permesso di individuare il cinabro non solo in codici di età medievale e Rinascimentale (è il caso, ad esempio, della nota Bibbia di Borso d’Este), ma anche in molte altre tipologie di opere, dipinte a fresco, a tempera o a olio su diversi supporti: basti pensare, ad esempio, ai dipinti murali di Pompei ed Ercolano, ai panneggi di alcune figure del Battesimo di Cristo di Piero della Francesca e della Sacra famiglia di Tiziano, alla veste di Cristo nell’Ultima Cena di Leonardo, fino ai rossi di tonalità accesa della Cena in Emmaus di Pontormo.

Please follow and like us:
RSS
Follow by Email
Facebook
Facebook
Google+
http://www.ilmioduende.com/2017/10/13/della-natura-de-rosso-el-quale-vien-chiamato-cinabro-una-piccola-storia-del-cinabro-tra-antichita-e-rinascimento/
Instagram

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *