Chiacchiere di un'italiana in Spagna

Maledetti false friends…

Io e le lingue straniere siamo sempre state in conflitto; c’era una sorta di attrazione-repulsione, per cui le imparavo giusto giusto fino a dove ero obbligata. Con l’inglese è andata un po’ meglio, con il tedesco una catastrofe. Al Goethe Institut ho terminato il primo trimestre di corso A1, anche quando la mia compagna di avventure si diede alla fuga dopo che la obbligarono a contare davanti a tutti dall’80 all’89; poi però, al secondo trimestre, avevo già l’encefalogramma piatto. In passato ho avuto perfino un fidanzato tedesco: inutile dire che lui ha imparato perfettamente l’italiano, con tanto di congiuntivi e condizionali al posto giusto, mentre io in un anno sono riuscita solo a dire “Was?” e “Ich bin zwanzig” [peccato che non si abbiano vent’anni per sempre].

Ecco, con questa sfavorevole propensione per le lingue straniere mi sono trasferita ad Alicante, nell’unico modo possibile: senza conoscere lo spagnolo. Sapevo soltanto qualche parola o semplice frase, di quelle apprese senza quasi rendersene conto dalle canzoni e dalla tv. A ciò si aggiungeva qualche termine a caso che avevo imparato un’estate con la mia amica Elisabetta, quando, tra le tante attività del paesello dove trascorrevamo le vacanze, ci eravamo messe in mente di studiare lo spagnolo da autodidatte con l’aiuto di un mini-corso degli anni Settanta  [E quando dico “a caso” intendo proprio in senso letterale: parole improponibili come “chiodo di garofano”, “lampadario a bracci”, “metronotte”(?!)].

Tuttavia, quello sforzo non è stato vano. Quelle assurde “liste di parole” mi hanno infatti permesso di conoscere alcuni dei più comuni false friends dello spagnolo, evitando di fare le figuracce più banali, tipo:

  • ¡Uh, estoy muy embarazada! (“sono molto incinta”) per esprimere il proprio imbarazzo.
  • Pensare di condire l’insalata con olio y aceite, quindi con olio e olio (l’aceto è vinagre), e di spalmare il pane con burro y marmelada, quindi con asino e marmellata (il burro è mantequilla).
  • Dire che me gustan mucho los negocios come una manager di una multinazionale, visto che negocio significa “affare” (negozio si dice tienda).
  • Dire di andare a riposare nella mia camara, lasciando intendere di andare a dormire in una macchina fotografica (la camera da letto è dormitorio o habitación).

Alcune parole che invece davvero mi hanno fregata più volte durante i primi mesi qui sono state:

  • caldo = brodo
  • vaso = bicchiere
  • carta = lettera
  • vela = candela
  • largo = lungo (questa è cattiva)
  • gamba = gamberetto
  • mantel = tovaglia
  • café cortado = non è il caffé corto, espresso, ma il caffé “tagliato con il latte”, cioé macchiato
  • salir = uscire (anche questa è cattiva)
  • licenciar = laureare
  • topo = talpa

Le vere figuracce le ho fatte però con due parole in particolare, che infatti odio:

  • ho chiesto a un mio compagno di master se per caso avesse una compresa per il mal di testa, senza sapere che gli stessi chiedendo un assorbente [volevo morì].
  • ho chiesto al mio fidanzato di esposarme per fare la romanticona, peccato che chiedergli di “ammanettarmi” avesse proprio poco di romantico [per fortuna alla fine mi ha sposata lo stesso ;-)].

E rimanendo in tema fidanzato: poco dopo averlo conosciuto ho iniziato a chiamarlo tato, tatino per dargli un nomignolo affettuoso [poverino]. Lo vedevo fare una faccia un po’ strana, ma non capivo. Ho scoperto soltanto dopo che tato è el tonto del pueblo, “lo scemo del paese”.

Ad ogni modo, nonostante queste premesse, e la vergogna iniziale, poi tutto è andato liscio. Certo, i primi mesi mi sentivo la testa scoppiare, a volte mi disperavo perché non capivo (non bisogna dimenticare che gli spagnoli parlano a macchinetta, tutti) e, soprattutto, non riuscivo a farmi capire (che è una sensazione terribile), però è stato il modo migliore per imparare una lingua. Adesso ho addirittura voglia di impararne altre (tranne il tedesco).

Ancora oggi, comunque, non c’è niente da fare: appena entro in un negozio, non faccio in tempo a dire “¡Hola!” che mi sento rispondere “¿Eres italiana?”.

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