Fuori Tema d'Arte

“Dei colori e delle mescolanze”: consigli dal Medioevo

Quando si parla di letteratura medievale in genere si pensa alle grandi opere teologiche e filosofiche di Tommaso d’Aquino e Ruggero Bacone, ai romanzi cortesi e alle chansons de geste, o ancora alla Commedia di Dante e ai componimenti di Petrarca e Boccaccio. Il Medioevo vide tuttavia la nascita e la diffusione di un altro particolare genere letterario, ancora poco noto, composto da testi riguardanti la pratica delle arti, che descrivono cioè materiali e procedimenti di svariate tecniche artistiche: dalla decorazione del libro alla tintura dei tessuti, dalla lavorazione e colorazione del vetro alla pittura, dalla ceramica all’oreficeria. Si trattava in sostanza di quelle che allora erano considerate arti meccaniche (artes mechanicae), legate alla materia e alla manualità, per natura inferiori – e quindi subordinate – alle arti liberali (artes liberales).

Rimanendo nell’ambito dei colori per la pittura – e intendendo con questo termine prevalentemente la miniatura, che svolse, almeno fino al XIV secolo, il ruolo di “arte guida” –, uno dei testi più diffusi nel Medioevo fu il De coloribus et mixtionibus (Dei colori e delle mescolanze), conservato, in forme diverse, in più di sessanta manoscritti databili tra XII e XV secolo.

De coloribus et mixtionibus, prologo, Oxford, Bodleian Library, ms. Digby 162, XII secolo, folio 7r.

Il trattato si apre con un piacevole prologo in esametri dedicato all’arte della pittura: «A poco a poco, parte per parte, s’impara ogni arte. Nell’arte dei pittori più importante è la fattura dei colori, poi alle misture rivolgerai le tue cure. Allora inizia l’opera e conducila a perfezione, affinché ciò che hai dipinto e appena schizzato giunga alla bellezza. In seguito, secondo l’insegnamento dei molti ingegni, l’arte arricchirà l’opera, proprio come questo scritto insegna». Due sono quindi i temi promessi, che il pittore deve conoscere per la compiuta realizzazione di un dipinto: la confezione dei colori e le loro mescolanze.

Effettivamente il testo prosegue con alcune ricette che riguardano la preparazione di pigmenti rossi, azzurri e verdi, la cui sequenza sembra seguire, in ordine decrescente, il costo dei metalli necessari alla loro produzione: il cinabro artificiale, ottenuto combinando zolfo e mercurio, secondo un procedimento di derivazione alchemica ampiamente diffuso dalla tarda antichità; l’azzurro d’argento; un altro azzurro e due verdi a base di rame; il minio e la biacca, derivati dal piombo. Segue una lista di quattordici pigmenti per miniare su pergamena, significativamente distinti tra coprenti (spissi) e trasparenti (clari).

La parte più interessante del De coloribus et mixtionibus è tuttavia la successiva, riguardante alcune incompatibilità tra pigmenti e, soprattutto, la mescolanza e sovrapposizione dei colori per creare luci e ombre. La “costruzione del colore” è realizzata mediante tre passaggi di gradazione, da scuro a chiaro: un valore medio, ossia il colore della campitura di base, che può essere ottenuto dalla mescolanza di due pigmenti (in genere, pigmento misto a bianco); un valore scuro, per il quale è impiegato il termine incidere, che serve a ombreggiare, profilare o tratteggiare in scuro; infine un valore chiaro, identificato dal verbo matizare, per lumeggiare o tratteggiare in chiaro. Le formule sono brevi e con una struttura regolare, probabilmente destinata alla memorizzazione: ad esempio, «mescola l’azzurro con il bianco di piombo, ombreggia con l’indaco, illumina con il bianco di piombo».

Il testo, pur riprendendo con tutta probabilità letterature analoghe già presenti nell’antichità classica, propone per la prima volta una vera e propria “tavolozza”, indicando al miniatore-pittore quali pigmenti utilizzare e come dipingere attraverso la loro giustapposizione – e non la loro mescolanza –, così che, ad esempio, un panneggio dipinto in azzurro avesse ombre o contorni nel più scuro indaco e luci bianche, oppure un incarnato eseguito mescolando minio e biacca fosse ombreggiato con il cinabro e lumeggiato in bianco. Non si trattava quindi di un vero e proprio chiaroscuro dall’effetto naturalistico, ma del tentativo di rendere in forma stilizzata il modellato, conferendo nel contempo alle immagini un particolare risultato luminoso, forse a emulare lo splendore degli smalti e delle pietre dure dell’arte orafa.

Le norme prescritte da questo trattato, basate su un procedimento noto anche come “terne di colore”, paiono riflettere le convenzioni tecnico-stilistiche della miniatura e pittura di età romanica.

Cristo in maestà, affresco staccato dall’abside di San Clemente a Tahull, XII secolo (Barcellona, Museo Nacional d’Art de Catalunya)
Profeta Geremia, San Vincenzo a Galliano, calotta absidale, XI secolo
San Giacomo, Codex Calixtinus, cattedrale di Santiago de Compostela, XII secolo

Il De coloribus et mixtionibus non rappresentò tuttavia un unicum, ma anzi le sue prescrizioni si trovano ancora in opere medievali successive, in forme che ne ripropongono, con piccole varianti, i contenuti oppure in versioni più raffinate, basate sulla giustapposizione di un maggior numero di pigmenti.

Nel De diversis artibus, opera redatta nella prima metà del XII secolo in tre libri, dedicati rispettivamente alla miniatura-pittura, all’arte vetraria e all’oreficeria-metallurgia, l’autore – un certo Teofilo – descrive ad esempio come realizzare i panneggi nella pittura murale per mezzo di tripartizioni cromatiche: «In muro invece riempi i panneggi con ocra gialla, avendovi aggiunto un po’ di calce per darle lucentezza, e fai le ombre sia con semplice rosso, sia con verde prasino [terra verde]».

Le mescolanze compaiono anche in opere posteriori, composte tra Duecento e Quattrocento, quali il Livro de como se fazem as cores, scritto in lingua portoghese traslitterata in caratteri ebraici, il Liber de coloribus illuminatorum sive pictorum, lo Scripta colorum, L’ordine del miniare a penello, e trovano pure spazio, in una versione evoluta, destinata a creare sfumature e volumetrie, nel Libro dell’arte di Cennino Cennini, nella sezione dedicata alla pittura murale, «ch’è ’l più dolcie e ’l più vagho lavorare che sia».

 

Delle mescolanze
(traduzione)

Mescola l’azzurro con il bianco di piombo, ombreggia con l’indaco, illumina con il bianco di piombo. Ombreggia il cinabro puro con il bruno o con il sangue di drago, illumina con l’orpimento. Mescola il cinabro con il bianco di piombo e produrrai un colore che è chiamato rosa, ombreggia con il cinabro, illumina con il bianco di piombo. Similmente fai un colore dal sangue di drago e orpimento. Ombreggia il carminio con il bruno, illumina con il minio rosso. Similmente fai il rosa da carminio e bianco di piombo, ombreggia con il carminio, illumina con il bianco di piombo. Ombreggia il folium con il bruno, illumina con il bianco di piombo. Similmente mescola il folium con il bianco di piombo, ombreggia con il folium, illumina con il bianco di piombo. Ombreggia l’orpimento con il cinabro, ma non è possibile con lo stesso illuminare perché rovina tutti gli altri colori. Però se vuoi fare un verde gladum, mescola l’orpimento con il nero, ombreggia con il nero, illumina con l’orpimento. Se vuoi fare un colore simile, prendi l’azzurro, mescola con il bianco di piombo, ombreggia con l’azzurro, illumina con il bianco di piombo, e quando è secco, copri di zafferano chiaro. Stempera il verde greco con l’aceto, ombreggia con il nero, illumina con il bianco prodotto dal corno di cervo. Similmente mescola il verde con il bianco di piombo, ombreggia con il verde, illumina con il bianco di piombo. Ombreggia il gravetum [verde chiaro] con il verde, illumina con il bianco di piombo. Ombreggia lo zafferano con il cinabro, illumina con il bianco di piombo. Ombreggia l’indaco con il nero, illumina con l’azzurro. Similmente mescola l’indaco con il bianco, ombreggia con l’azzurro, illumina con il bianco di piombo. Ombreggia il bruno con il nero, illumina con il minio rosso. Similmente fai un rosa dal bruno e bianco di piombo, ombreggia con il bruno, illumina con il bianco di piombo. Similmente mescola lo zafferano con il bianco di piombo, ombreggia con lo zafferano, illumina con il bianco di piombo. Ombreggia il minio rosso con il bruno, illumina con il bianco di piombo. Similmente mescola il minio con il bruno, ombreggia con il nero, illumina con il rosso di piombo. Similmente fai l’incarnato con il rosso e il bianco di piombo, ombreggia con il cinabro, illumina con il bianco di piombo.

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