Chiacchiere di un'italiana in Spagna

Milano-Alicante, solo andata

DOVE. SONO. FINITA?

Era questa la domanda che mi ripetevo quando mi sono trasferita dall’Italia alla Spagna. Sì, lo so, non sono andata a vivere dall’altra parte del mondo, l’Italia e la Spagna sono due Paesi simili, mediterranei, e blablabla, però si trattava comunque di un grande cambiamento.

Non è stato subito così, a dire la verità. I primi due mesi, complici l’estate e quell’entusiasmo che sempre mi accompagna quando inizio qualcosa di nuovo, ero felicissima. Osservavo la mia “nuova realtà” con lenti rosa, praticamente mi sentivo a Maple Town, in un nido di simpatia. Gli spagnoli erano sorridenti e gentili / non come i milanesi, sempre di corsa e “imbruttiti”. Gli spagnoli non si lamentano mai / non come gli italiani, che li riconosci ovunque perché brontolano incessantemente come pentole di fagioli. C’è sempre il sole / non come a Milano che c’è la nebbia e un colore di cielo che varia dal grigio chiaro al grigio scuro. Insomma, qui era tutto bellissimo, Milano “adios”.

Poi è arrivata la nostalgia, accompagnata dal naturale ridimensionamento delle cose. Per un anno ho vissuto una settimana ad Alicante e tre a Milano, un po’ perché dovevo effettivamente terminare il dottorato, molto perché mi mancava la mia “Casa”. In sintesi: volevo tenere i piedi in due scarpe (Ryanair dovrebbe riservarmi almeno uno dei sedili larghi della fila 16 di default). Gli spagnoli sono rimasti per me simpatici e cordiali,  ma in fondo anche i milanesi non erano così male. E la mia città è una meraviglia, nonostante il tempo spesso bigio.

Così ora eccomi qui, dopo quattro anni, con ancora 67 scatoloni in garage da aprire, ma felice delle decisioni prese. Ora mi sento fortunata ad avere due case: una in Italia, quella di sempre, e una in Spagna. Per il resto della mia vita, credo, mi sentirò come “divisa a metà”. La differenza è che ora penso sia un’immensa ricchezza.

Vorrei aprire una parentesi sulla questione lingua. Inutile dire che, quando sono arrivata qui, non parlavo una parola di spagnolo. L’italiano e lo spagnolo si assomigliano, è vero; tutti quando arrivano qui in vacanza riescono a farsi capire e a spiccicare due parole, convinti di parlare la lingua autoctona semplicemente buttando a caso qualche “s”. In realtà le differenze sono molte e, come con tutte le lingue, una cosa è ordinare al ristorante e un’altra è vivere la quotidianità in un Paese straniero. Insomma, arrivavo a sera con la testa in fiamme.

Riparleremo presto del tema “lingua”. Una cosa però la posso anticipare (e non stupirà affatto chi mi conosce): dopo quattro anni ho imparato bene lo spagnolo, ma lo parlo ancora con l’accento milanese.

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5 thoughts on “Milano-Alicante, solo andata

  1. Paola, grazie per aver spiegato il significato di “duende” (dopo una rapida occhiata su wikipedia mi sono chiesto cosa centrassero gli elfi) e aver corredato la definizione della splendida immagine molto rappresentativa. Mi sembrava di leggere una pagina dell'”Atlante delle emozioni”.
    Adesso devi raccontare cosa contengono le 67 scatole ancora chiuse e soprattutto cosa aspetti ad aprirle ma forse dopo tanto tempo racchiudono qualcosa che appartiene alla vita precedente? Qualcosa che in fondo non è strettamente necessario portarsi dietro?

    1. Grazie Nicola per le tue parole.
      Duende è davvero una parola magica, ne riparleremo; è una sorta di inquietudine, difficile da spiegare. Ne ha scritto Garcia Lorca, “Gioco e teoria del duende”. Sarà una prossima lettura.
      Bella l’idea di scrivere degli scatoloni, lo farò certamente.
      Effettivamente racchiudono quasi tutti oggetti per nulla indispensabili, a volte ricordi da dimenticare. Solo i libri, quelli sì meritano di uscire.

  2. Il mio commento non poteva mancare! L’idea del blog è stupenda!!! È bello, come è capitato anche a me, portarsi come bagaglio qualcosa della propria casa e cultura, l’accento, ovunque; è una cosa che, soprattutto in caso di cambiamenti drastici, fortifica le proprie radici 😉

    1. Grazie, Fra! Sono contenta che ti piaccia. Spero di riuscire a mantenerlo vivo e, se nessuno mi leggerà, rimarrà il ricordo di questi anni. In fondo, invece di riempire fogli su fogli di pensieri, meglio farlo qui e condividerli, almeno in parte, no?
      Tu sei, insieme a me, la persona con l’accento più marcato che conosco (ué!) 🙂

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